DOPO LA DISFATTA DEI QUESITI SU LAVORO E CITTADINANZA PARTE IL PROCESSO ALL’ISTITUTO REFERENDARIO.
Quando un anno fa Maurizio Landini segretario della Cgil, depositando le firme stipate in 1036 scatoloni in Cassazione aveva annunciato: “Porteremo a votare 25 milioni di elettori per cambiare questo Paese, e rimettere al centro il lavoro” aveva evidentemente dimenticato quanto lo strumento referendario negli ultimi anni sia stato poco utilizzato dai cittadini italiani. E ieri a seguito degli exit poll se ne è avuto prova.
L’esito infausto apre l’inevitabile processo al referendum. Ma per l’istituto referendario valgono le considerazioni che si fanno in queste ore per l’Italia di Spalletti: la sconfitta viene da lontano. Se solo una volta in trent’anni si è raggiunto il quorum una ragione ci sarà. Il dato di oggi ribadisce una tendenza ormai annosa. Metà degli italiani non va a votare. Non ci crede più. Anche stavolta hanno retto soltanto le grandi città, gli elettori con istruzione elevata, gli ultimi bastioni rossi, dalla Toscana all’Emilia. I piccoli centri invece si sono tenuti lontano dai seggi, il Sud non ha risposto, su tutti la Calabria, indifferenza sostanziale anche nelle isole. Perché?
Non erano quesiti concreti?
Erano referendum sulla vita materiale dei lavoratori. Un mondo che in questo Paese assomiglia spesso a una giungla. È vero che la disoccupazione è scesa al sei per cento e che l’economia cerca lavoratori, ma a che condizioni? I talenti infatti emigrano. I salari medi diminuiscono invece che aumentare, caso unico in Europa. La precarietà è il pane quotidiano di troppi. Paghe in nero. E ogni giorno tre operai muoiono nei cantieri.
Eppure gli italiani in maggioranza sono andati al mare. La destra, che ha propugnato l’astensione, ha già gioco facile nel gridare vittoria. Il campo largo non è riuscito a includere altri ceti, a mobilitare i delusi della democrazia, gli astensionisti cronici, molti dei quali sono proprio le principali vittime di condizioni contrattuali inaccettabili. Com’è possibile?
Certo, il contesto ha giocato un ruolo nella sconfitta dei proponenti. La tv pubblica ha preferito, per lungo tempo, chiudere gli occhi, non parlandone. La drammatica cornice mondiale – dazi, guerre, la tragedia di Gaza – ha modificato l’agenda informativa. Ma alla fine la gente è intelligente, sa benissimo decidere da sola: nel ’91, quando Craxi invitò a starsene in spiaggia, disubbidì. Stavolta no.
Complice molto probabilmente la convinzione del cittadino medio di oggi riguardo la valenza che il proprio voto possa avere.
Complice parimenti la diffusa poca credibilità nella politica in generale.
Nondimeno il cambiamento sociale che vede la popolazione poco incline ad interessarsi alle normative, anche su argomenti di primaria rilevanza come il lavoro.
Normative ormai viste come grida manzoniane, un insieme di parole facilmente aggirabili.
Nei seggi molti gli anziani memori di antichi diritti da rispettare e da onorare, pochissimi i ragazzi.
Un 24enne in una sezione del casertano ha preferito ritirare solo la scheda inerente al quesito sulla cittadinanza.
Evidentemente poco interessato al risultato dei quesiti sul lavoro.
Un 24enne che avrebbe dovuto per primo interessarsi al proprio futuro lavorativo.
Ma tant’è.
Ora la riflessione verterà fatalmente sulla necessità di cambiare le regole. Il ministro Tajani è già uscito allo scoperto: “Bisogna cambiare la legge sui referendum”. C’è chi, come il politologo Roberto D’Alimonte, propone di abbassare la soglia del quorum al 40 per cento.
Sarà sufficiente in un contesto sociale che vede l’astensionismo dilagante nei confronti del proprio diritto al voto?
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