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Gli occhi parlano
E rubano attimi di bellezza

Gli occhi parlano e rubano attimi di bellezza.

Non a caso, sono definiti il centro vitale della nostra espressività.

Ero al centro di Roma, un sabato pomeriggio di metà autunno.

Precisamente a Piazza Barberini, nelle ore che il cielo ha quel colore chiaro, quasi bianco, che sembra vetro smerigliato prima che arrivi la sera.

L’aria era densa, intrisa di quel misto inconfondibile di traffico urbano, umidità del Tevere e odore di caldarroste vendute agli angoli delle strade.

La piazza a quell’ora era un formicaio: turisti con le mappe aperte come ali di gabbiano, romani in cerca di acquisti, clacson che suonavano con la precisione di un metronomo impazzito.

​Io ero lì, risucchiato nel vortice della folla, decido di salire sul bus 62.

Errore di calcolo o semplice rassegnazione?

Chissà. Quel che è certo è che il bus era già saturo prima ancora che le porte si chiudevano con un sospiro pneumatico.

Mi trovo in piedi, stretto tra la gente e lo zaino rigido di un ragazzo con le cuffie nelle orecchie.

L’autobus si muove a strattoni, guadagnando metri preziosi a fatica lungo Via del Tritone, bloccato in quel rituale immobile che a Roma chiamiamo traffico.

E sul bus, quando il tempo si ferma e lo spazio si riduce a pochi centimetri quadrati, non resta che una sola cosa da fare: avere pazienza e perdersi a curiosare.

​Mi guardo intorno, cercando un appiglio visivo per evadere da quella scatola di metallo soffocante.

La mia attenzione viene attratta quasi di colpo, come calamitata, da due ragazze sedute sui posti rialzati, quelli con le spalle rivolte al senso di marcia. Devono avere tra i diciotto e i vent’anni.

Sono giovanissime, di quella giovinezza sfacciata e luminosa che sembra quasi irreale in mezzo al grigiore del mezzo pubblico.

2901f8ab-e022-473a-a89d-46b97bb1eb14-300x164 Gli occhi parlano

Hanno con sé due grandi fasci di fiori ben confezionati, forse un regalo o un acquisto.

​Sono così belle che mi viene spontaneo un pensiero leggero, quasi divertito: il Signore, quando le ha create, deve essersi proprio divertito.

Hanno lineamenti perfetti, una grazia naturale nei movimenti, i capelli sciolti che catturano la luce fioca che filtra dai finestrini.

​Non sono l’unico ad averle notate.

Me ne accorgo subito.

C’è una specie di campo magnetico invisibile attorno a quel sedile.

Tutti le guardano: le donne con uno sguardo misto di tenerezza e distaccata nostalgia, i ragazzi più giovani con timidezza, e un signore distinto, sulla quarantina, in piedi proprio davanti a me, che mi dà completamente le spalle.

​Questo signore è impeccabile, o almeno vorrebbe esserlo: vestito blu scuro, sciarpa di cachemire annodata con cura e presumo con scarpe lucide.

Per i primi minuti è stato al telefono con voce bassa e professionale, poi, quando la chiamata è finita, ha iniziato a smanettare compulsivamente sullo smartphone.

Io, immobile alle sue spalle, prigioniero della mia angolazione, non posso fare a meno di notare i suoi movimenti.

Il suo braccio si muove con una naturalezza fin troppo studiata.

Lo schermo del suo telefono si illumina.

Non sta scrivendo messaggi: sta puntando le ragazze.

Con un rapidissimo scatto, fingendo di digitare, alza il dispositivo e scatta una foto di frodo.

​Una fitta di fastidio mi attraversa lo stomaco.

Non mi sembra giusto.

È una di quelle intrusioni silenziose che rubano un pezzo di dignità alle persone senza che loro se ne accorgano.

Sento il bisogno fisico di fare qualcosa, di rompere quella bolla di prevaricazione invisibile.

​Senza pensarci troppo, cerco immediatamente il contatto visivo con la ragazza più vicina, quella alla mia sinistra, per metterla in guardia.

È un tentativo disperato: come comunicare un pericolo imminente senza aprire bocca nel caos di un bus in movimento?

​Ma la sincronia a volte sa essere sorprendente.

Proprio mentre cerco il suo sguardo, lei alza gli occhi e mi guarda dritto negli occhi.

​Approfitto dell’attimo fuggente, con un movimento netto ma discreto dello sguardo, punto i miei occhi prima sul cellulare del tizio davanti a me e poi di nuovo su di lei, ripetendo il gesto a intermittenza: guarda lì, ti sta riprendendo, sta usando il telefono.

Spero di essere chiaro, ma temo di essere troppo criptico.

Invece no.

Con mia grande sorpresa, la ragazza afferra il codice al volo.

E mi risponde con lo sguardo, replicando esattamente i miei stessi movimenti a intermittenza: guarda il telefono del tizio, guarda me, poi di nuovo il telefono, con un lampo di intelligenza tagliente nello sguardo.

Ha capito perfettamente.

​A quel punto, mi basta solo un ultimo cenno: un movimento d’assenso ampio, fermo e sicuro, per darle la spinta definitiva.

​Non c’è bisogno di altro.

La ragazza si alza leggermente dal sedile, con la voce incredibilmente decisa, ferma, che taglia il rumore del motore come una lama: Mi hai fatto la foto?

​Il bus sussulta per una frenata improvvisa.

Il signore distinto si irrigidisce all’istante,  si gira di scatto, sorpreso, assumendo quell’aria offesa di chi si sente ingiustamente accusato.

Prego? Io? Ma figurati… bofonchia, abbozzando un sorriso di circostanza che sa di cera fusa.

Dammi il cellulare, ripete lei, allungando la mano aperta con un’autorità che spiazza chiunque.

Mi hai fatto la foto. Voglio vederla.

​Il tizio, visibilmente in difficoltà, cerca di prendere tempo.

Sblocca lo schermo con dita leggermente tremanti e apre la galleria fotografica, prima di mostrarla da lontano, con una manovra repentina cancella la foto, poi con fare condiscendente, come a dire: ecco, vedete? Non c’è niente.

Intanto, attorno, il capannello di passeggeri si era fatto silenzioso.

Gli sguardi della gente si sono spostati tutti su di lui.

Le espressioni  erano cambiate: non c’èra più la curiosità oziosa di prima, ma una severità sorda, collettiva.

Le persone intorno cominciano a guardarlo male, mormorando a bassa voce.

​Ma quel signore, e a dire il vero nemmeno io, ci aspettavamo il vero colpo di scena.

​La ragazza non si accontenta della galleria principale.

Ha un piglio talmente sicuro che sembra guidare un’aula di tribunale.

Lo guarda dritta negli occhi e rincara la dose, con una freddezza ammirevole: Fammi vedere la cronologia delle foto cancellate.

​Wow!! È il commento muto che si stampa nei miei occhi, ma che traspare nitido anche dal brusio improvviso che si alza tra i passeggeri vicini. Qualcuno fa un verso di approvazione, una signora anziana scuote la testa mormorando qualcosa.

​Il tizio capisce che la corda si è tesa troppo.

Cerca goffamente di sbloccare il cestino delle foto eliminate per svuotarlo in fretta e furia, ma la sua mossa è goffa e disperata.

Le persone intorno si allungano letteralmente per seguire ogni movimento sul suo schermo, quasi a fare da scudo e da controllo sociale.

Il signore è ormai immobilizzato, stretto non solo fisicamente dalla folla del bus, ma da una cortina di sguardi accusatori da cui non può più scappare.

Le due ragazze gli parlano a un palmo dal viso, senza urlare ma con una fermezza glaciale: Ti facciamo passare i guai. Fammi vedere la cronologia delle foto.

​Io continuo a seguirlo con lo sguardo, un punto fermo in quel cerchio di tensione, assicurandomi che non faccia sparire le prove.

​Lui insiste, le dita tremano sullo schermo.

Riesce, con una mossa disperata, a cancellare la foto definitivamente anche dal cestino, convinto così di essersi salvato la pelle.

Ma il danno alla sua dignità è ormai irreparabile.

Mentre le persone intorno continuano a mormorare, commentando a voce alta la meschinità del gesto, il bus rallenta bruscamente in prossimità di una fermata.

​Il tizio non ci pensa due volte.

Vede uno spiraglio tra la folla che si è leggermente aperta per lo stupore, approfitta dell’attimo in cui le porte si aprono e… scende al volo dal bus, con la coda tra le gambe, senza voltarsi mai indietro.

​Le porte si richiudono quasi subito.

Per qualche secondo, sul bus rimane solo l’eco di quell’energia sospesa.

Poi, lentamente, il brusio si stempera.

Gli animi si calmano, i passeggeri tornano a guardare fuori dai finestrini o a stringersi ai mancorrenti, come se nulla fosse accaduto.

Il 62 riprende la sua marcia singhiozzante verso il centro.

​Vicino ai sedili anteriori, l’altra ragazza, quella che era rimasta più in silenzio durante il confronto, si gira verso l’amica, ancora scossa dall’adrenalina: Ma… ma come hai fatto a capire che ti aveva fatto la foto? Sembravi sicurissima.

​L’amica sorride, un sorriso largo, luminoso, che cancella in un attimo la tensione accumulata.

Alza lo sguardo e mi cerca tra la folla in piedi.

I nostri sguardi si incrociano di nuovo, ma questa volta c’è dentro tutto un mondo di complicità silenziosa.

Me lo ha segnalato quel signore che stava dietro di lui, risponde l’amica, indicandomi con un cenno del capo.

​Poi, entrambe si voltano verso di me. Noto che mi stanno guardando con un’espressione dolce, riconoscente.

Con sguardi sorridenti, caldi e profondi, mi trasmettono un “grazie” che vale molto più di mille parole pronunciate a voce alta.

​Annuisco piano, sorridendo a mia volta comunico che non sono solo belle ma anche sveglie.

A volte non servono microfoni per capirsi: basta incrociare lo sguardo giusto per rimettere il mondo al suo posto.

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