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LO SCIOPERO DEL PANE CHE NON SI VEDE IN TV!

L’ondata di scioperi che attraversa il Mezzogiorno non viaggia solo sui camion, ma nasce anche nei forni artigianali. In provincia di Cosenza, i piccoli artigiani dell’arte bianca si sono uniti alla mobilitazione degli autotrasportatori, dando vita a una serrata dei laboratori che andrà avanti almeno fino a domani, 20 ottobre 2026. La protesta è cominciata il 16 ottobre, in occasione della Giornata mondiale del pane fresco, trasformando i panificatori nei protagonisti di una vera e propria ribellione contro il carovita.

La crisi energetica e commerciale costringerà i panificatori a ritoccare i listini a partire dal 1° novembre, portando il prezzo del pane dai 3 euro attuali a 3,80 euro al chilogrammo. I titolari dei forni denunciano costi di gestione ormai fuori controllo in ogni comparto:
  • Farina: da metà settembre ha registrato un aumento netto di 10 euro al quintale, toccando quota 60 euro;
  • Combustibili e imballaggi: il gas per alimentare i forni è salito a 1,10 euro al litro (+70 centesimi), mentre i costi di carta e plastica per confezionare i prodotti sono cresciuti del 50%;
  • Lavoro notturno: la lavorazione artigianale richiede tempi lunghi per rispettare la lievitazione naturale, ma la tassazione sul personale è insostenibile. Gli artigiani chiedono sgravi contributivi sulle assunzioni, senza i quali il mestiere rischia di sparire.
Il bersaglio principale della mobilitazione è il sistema imposto dalle grandi catene di distribuzione. I panificatori denunciano il ricatto dei supermercati: di fronte all’aumento di 80 centesimi al chilo, le direzioni commerciali hanno preteso di trattenere la metà del rincaro, minacciando in caso contrario di rifiutare le forniture dei piccoli forni locali.
A penalizzare i panificatori meridionali c’è anche la prassi del “reso”, un’anomalia commerciale applicata quasi esclusivamente a sud di Roma. Tutta la merce che resta invenduta sugli scaffali a fine giornata viene restituita al produttore, azzerando i suoi margini di guadagno. Su una fornitura di 10 chili ceduta a 2,20 euro, l’incasso reale crolla a 15,40 euro se tre chili tornano indietro invenduti.
Ad accomunare la battaglia dei fornai a quella dei camionisti è anche la questione della tracciabilità delle materie prime. Chi frequenta quotidianamente i porti e i mulini industriali sa bene che sotto l’etichetta di “grano italiano” vengono spesso nascoste partite di grano estero di dubbia qualità.
I manifestanti denunciano infine il silenzio dei grandi network televisivi nazionali, che hanno iniziato a occuparsi degli scioperi nel Mezzogiorno solo quando i blocchi stradali hanno toccato i nodi strategici della Campania.proteste-autotrasportatori-camionisti-4-2317472_800_q50-102x200 LO SCIOPERO DEL PANE CHE NON SI VEDE IN TV!
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