La violenza di genere
Capire perché avvengono certi fenomeni
Contro la violenza di genere, capire perché avvengono certi fenomeni.
Lo spunto nasce dalle dichiarazioni di Gino Cecchettin, padre di Giulia, che ha evidenziato quanto sia fondamentale comprendere l’origine di gesti tanto efferati.
La violenza di genere non è un’emergenza momentanea, né una serie di drammatici incidenti isolati, ma una vera propria piaga strutturale e sistemica della nostra società.
Di fronte ai femminicidi, la reazione collettiva oscilla regolarmente tra lo sdegno, il lutto e la richiesta di pene più severe.
Tuttavia, un cambio di prospettiva fondamentale è stato introdotto nel dibattito pubblico italiano grazie alla voce di Gino Cecchettin, padre di Giulia.
Con lucidità e coraggio straordinari, Cecchettin ha spostato l’asse della riflessione: non basta più fermarsi alla condanna morale o alla conta dei corpi.
È necessario interrogare e comprendere i carnefici.
Non si tratta di offrire sconti di pena o giustificazioni sociologiche, ma di riconoscere che la violenza maschile è un problema relazionale che riguarda primariamente gli uomini, e che dunque deve vedere gli uomini in prima linea nel risolverlo.
Capire cosa passa nella mente di un uomo maltrattante, quali leve psicologiche, culturali ed emotive lo spingono a distruggere la vita della propria compagna, moglie o fidanzata, rappresenta l’unico viatico per passare dalla gestione dell’emergenza alla vera prevenzione.
Quando un femminicidio si consuma, l’attenzione mediatica e giudiziaria si concentra comprensibilmente sulla vittima, sulla dinamica del delitto e sulla pena da infliggere al colpevole.
Gino Cecchettin ha rotto questo schema, sottolineando che studiare e analizzare i maltrattanti anche attraverso i percorsi trattamentali negli istituti penitenziari non significa in alcun modo giustificarli, bensì dotarsi di strumenti clinici e sociali indispensabili.
Per comprendere il fenomeno, dobbiamo analizzare il retroterra culturale.
La violenza maschile contro le donne non nasce da un raptus di follia incontrollabile, ma da una precisa distorsione relazionale fondata sul concetto patriarcale di dominio, possesso e rifiuto dell’autodeterminazione femminile.
Spesso, infatti, la violenza esplode o si inasprisce proprio nel momento in cui la donna dichiara di voler interrompere la relazione, ribadendo la propria libertà.
Analizzare i carnefici significa anche smontare definitivamente la narrazione del “mostro” inteso come entità aliena, patologica o irriconoscibile.
Nella stragrande maggioranza dei casi, i maltrattanti sono uomini apparentemente normali, perfettamente integrati nel tessuto sociale, che agiscono il controllo e la violenza fisica o psicologica tra le mura domestiche.
Riconoscere questa normalità è il primo passo per intercettare i segnali d’allarme prima che si trasformino in tragedia.
Il mio slogan in merito è: “Uniti contro la violenza di genere: siamo tutti potenziali carnefici e vittime”.
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