La Campania sale in bicicletta e torna a correre partendo dalla Reggia di Caserta
Il Giro della Campania ritorna dopo 25 anni.
“Vicino alla mia casa in cui sono cresciuto, a Napoli, ho visto passare il Papa per ben due volte, mai il Giro d’Italia”. È l’amara costatazione di una persona a me cara che oggi vive e lavora al nord.
Tuttavia il sud dimenticato, ora ridiventa protagonista: in Campania, dopo un quarto di secolo di assenza, torna infatti la corsa ciclistica professionistica del Giro della Campania. A sostenere l’iniziativa è intervenuto il Presidente della Regione. Roberto Fico, insieme all’assessora allo Sport Fiorella Zabatta e del Sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, col supporto del comitato regionale della Federciclismo. La corsa è compresa nel calendario UCI (categoria 1.1) e nella prestigiosa Coppa Italia delle Regioni, a cura della Lega Ciclismo Professionistico; l’organizzazione è affidata alla società Terenzi Sport Eventi.
Domenica 20 settembre, la corsa ciclistica tornerà a trasformare la Campania in un grande palcoscenico sportivo, con una carovana destinata a muoversi per quasi duecento chilometri attraverso tutte e cinque le province: Caserta, Benevento, Avellino, Salerno e Napoli.
La partenza è fissata davanti alla Reggia di Caserta, luogo simbolo della storia borbonica e già teatro dell’ultima edizione disputata nel 2001, quando Dmitri Konychev – russo di nascita ma legato all’Italia per carriera e vita – conquistò la vittoria con uno sprint spettacolare. Da lì, il gruppo si dirigerà verso il Sannio, proseguendo in senso orario attraverso l’Irpinia e l’Agro nocerino, fino a raggiungere la Costiera amalfitana. Le curve e i rilanci della litoranea faranno da preludio alla grande difficoltà di giornata: la salita di Agerola, un’ascesa che appartiene alla memoria del ciclismo nazionale.
Proprio su quelle rampe, nel 1955, Fausto Coppi riuscì a staccare Fiorenzo Magni e tutti gli altri rivali, firmando la sua seconda affermazione consecutiva nella corsa campana. La stele dedicata al Campionissimo saluterà i corridori mentre affrontano una salita che, ancora oggi, può decidere le sorti della gara. Non è un caso che l’albo d’oro del Giro di Campania sia costellato di nomi illustri: da Bartali a Bitossi, da Saronni a Moser, fino al recordman Learco Guerra, autore di tre successi negli anni Trenta, quando la competizione passò da gara a tappe a prova in linea. Solo in quattro occasioni la vittoria è sfuggita agli italiani, tra cui spicca quella del belga Roger De Vlaeminck nel 1984.
Superata Agerola, la discesa verso Castellammare di Stabia potrebbe alimentare un braccio di ferro tra chi tenterà l’azione solitaria e chi inseguirà per ricucire il distacco. Da lì, il percorso si distenderà verso Napoli, dove il traguardo sarà collocato nel cuore della città, a piazza del Plebiscito, con arrivo previsto entro le 15 e diretta Rai dalle 13.30.
A sottolineare il valore del ritorno della manifestazione è l’assessora Fiorella Zabatta, che parla di “orgoglio” e di una rinascita attesa da anni. Per lei, vedere la corsa attraversare l’intera regione significa riportare lo sport tra la gente, trasformando strade e piazze in un’unica grande festa popolare.
Il 64° Giro di Campania non sarà soltanto una gara: sarà un viaggio nella storia del ciclismo e nella geografia emotiva di una regione che torna a correre.
Una piccola curiosità: il Giro d’Italia nasce nel 1909 per iniziativa della Gazzetta dello Sport, che ne ha plasmato identità e immaginario: la maglia rosa, ancora oggi simbolo della corsa, richiama il colore del quotidiano che l’ha ideata. Due anni più tardi, nel 1911, anche la Campania sceglie di dotarsi di una competizione ciclistica propria. A promuoverla è Il Mattino, che immagina una gara capace di inserirsi nel crescente fermento sportivo dell’epoca.
Due eventi nati quasi in parallelo, dunque, ma figli di territori diversi: uno favorito da condizioni che hanno trasformato una corsa in un marchio globale; l’altro costretto a misurarsi con limiti di scelte politiche miopi che ne hanno progressivamente ridotto l’orizzonte. La loro parabola racconta, più di ogni analisi economica, la distanza tra regioni che hanno potuto investire nello sport come infrastruttura culturale e territori che, pur ricchi di identità e storia, non hanno avuto gli strumenti equipollenti per sostenere la stessa ambizione.
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