La musica arcaica del Mediterraneo: un viaggio tra tamburi a cornice, divinità ancestrali e tradizioni
Molte tracce della nostra storia oltre ad averle ricevute con le varie testimonianze orali, scritte, dipinte o attraverso versi di canzoni o di poesie ci sono state involontariamente tramandate anche tramite la storia di strumenti musicali. È cosa nota che la musica partenopea e di tutto il Mediterraneo è caratterizzata da strumenti musicali dal grande fascino storico e leggendario di straordinario interesse. La Musicaccia cercherà di farvi scoprire quante storie e misteri si celano dietro ad ogni strumento.
Tra i più antichi strumenti musicali ritmici, che si trovano in tantissime iconografie e reperti di vario genere ci sono i tamburi a cornice, la loro presenza ha circa 6000 anni di storia e vari racconti narrano la loro nascita.
Uno dei tanti racconti, giunto fino ai giorni nostri grazie alla tradizione e cultura orale – trasmessami dal maestro Marcello Colasurdo – narra che, circa seimila anni fa, durante la transumanza, un pastore sacrificò il miglior montone del suo gregge come atto di devozione alla sua divinità. Stese quindi su un rudimentale cerchio di legno il dorsale della pelle e lo incollò con la resina degli alberi; sul retro del cerchio pose due rami a forma di croce che avevano il compito di non far deformare e storcere il cerchio una volta che la pelle fosse essiccata, ma anche di fungere da impugnatura.
Con l’osso della zampa, sempre del montone, fece il battente ricoprendo la punta con la pelle. Quando la pelle del tamburo fu completamente essiccata, il pastore iniziò a percuoterla: il gregge, riconoscendo il suono familiare proveniente dalla pelle di un loro simile, lo seguì.
Molti sono i ritrovamenti in vari luoghi del mondo di divinità precristiane che hanno in mano una tammorra, o un tamburello, ad esempio divinità che risalgono al IV secolo a.C.
Nell’antico regno Elamitico o nel VII secolo a.C., in Palestina, veneravano la dea Madre che vedremo raffigurata sempre con una tammorra in mano.
Vi sono altre storie di divinità col tamburo a cornice, che ci piace ricordare, per far comprendere come è stato importante questo strumento musicale in vari luoghi, in diverse epoche e culture e culti.
In Mesopotamia tra il 4000 ed il 3000 a.C. la divinità che era rappresentata col tamburo aveva il nome di Inanna, mentre in Egitto era Hathor ed in India Lakshmi o Usas.
Queste divinità avevano come copricapo una corona o delle corna, che rappresentavano la luna crescente, simbolo del principio naturale, del ritmo e della vita collegato al ciclo mestruale e al potere rigenerativo e procreativo della dea femmina e procreatrice di vita.
Sciamane e sacerdotesse del tamburo rituale suonavano per far germogliare i semi, per celebrare la luna, per invocare la pioggia, per accompagnare il parto e allo stesso modo le anime dei morti nel loro nuovo viaggio.
Suonavano per portare guarigione durante i rituali, per profetizzare, per scandire i ritmi stagionali della natura.
Nel V secolo a.C. gli antichi greci veneravano la Grande Madre della Terra, dea della fecondità e forza della vita, della natura e degli uomini.
Questa divinità dei tempi era la Cibele anche essa rappresentata sempre con il suo tamburrello fra le mani.
La leggenda narra, che intorno al 191 a.C. sul Monte Partenio (l’attuale Montevergine presso Avellino) fu edificato un tempio alla dea e da allora quel luogo divenne meta di culto e di feste e sacrifici dedicati alla Cibele, che proteggeva il suo popolo ed i suoi fedeli.
I coribanti (sacerdoti della Cibele) ed i seguaci durante i riti e le feste accompagnavano i canti devozionali con tammorre di varie grandezze, lo strumento era considerato sacro, perché si pensava che avesse la peculiarità di mettere in contatto gli uomini con le divinità ed i vivi con i morti.
Ancora oggi ci sono molte persone, che ritengono la tammorra ed i tamburi a cornice strumenti mistici e sacri, portatori di energie positive.
Ma col passar del tempo e con l’editto di Teodosio i cristiani cancellarono i miti precristiani, sostituendo le divinità con i Santi, le Grandi Madri con le Madonne.
Monte Partenio divenne Montevergine e la Chiesa trasformò Cibele in Madonna di Montevergine, il popolo a sua volta la chiamerà:
Mamma Schiavona, Madonna Nera, o addirittura Juta dei femmenielli (quest’ultimo nome dovuto ad un’altra leggenda che narra che la dea salvò due omosessuali che furono cacciati di casa e stavano morendo assiderati al freddo ma la grande Madre li salvò).
Il 2 febbraio a Montevergine migliaia di devoti corrono al Santuario e i fedeli intonano i primordiali canti devozionali sempre come nell’antichità accompagnati dal suono mistico e propiziatorio della tammorra.
Detto ciò, possiamo dire che i tamburi a cornice o tammorre come strumento musicale sono quelli che hanno saputo, più di tutti, mantenere le loro caratteristiche primordiali e che le piccole modifiche subite nel corso dei secoli sono talmente insignificanti che non hanno apportato alcuna variazione sostanziale allo strumento.
Da tutto ciò si può dedurre che la musica primordiale della Campania — dalla Tammurriata alle successive forme come tarantelle, saltarello e pizzica, modelli compositivi caratterizzate da questi straordinari e antichissimi strumenti a cornice – rappresenta il frutto di una millenaria fusione di popoli e tradizioni.
Foto “Tamburi a cornice” dalla collezione M° Traisci
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